Scope 1, 2 e 3: guida completa al calcolo delle emissioni di gas serra per le aziende italiane
Come si calcolano le emissioni di gas serra in azienda secondo il GHG Protocol: cosa include lo Scope 1, lo Scope 2 e lo Scope 3, fattori di emissione ISPRA, errori comuni

"Quanta CO₂ produce la sua azienda? Ci serve il dato per lo Scope 3." È la domanda che molte aziende italiane, soprattutto PMI, si sentono fare sempre più spesso: da clienti grandi che devono rendicontare la filiera, da banche che integrano l'ESG nella valutazione del credito, da bandi pubblici che premiano chi ha numeri pronti. Per chi non ha mai affrontato il tema in modo strutturato, la prima reazione è spesso un misto di confusione e ansia: cosa significa Scope 3, da dove si parte, dove si trovano i dati, quanto impegno richiede farlo bene.
La buona notizia è che dietro l'apparente complessità c'è un framework chiaro e universalmente accettato. Il GHG Protocol Corporate Standard definisce le tre categorie di emissioni (Scope 1, 2 e 3) e i metodi di calcolo, ed è la base della maggior parte degli strumenti che incontrerai (VSME, ESRS, Documento MEF per il dialogo tra PMI e banche). Imparare la logica dei tre scope una volta significa avere lo schema per rispondere a quasi tutti i questionari ESG che ti arrivano.
Questa guida è pensata per il responsabile amministrativo, il titolare o il professionista che deve produrre il primo calcolo delle emissioni aziendali: cosa è ogni scope, come si calcola in pratica, dove si trovano i fattori di emissione, quali errori si fanno più spesso e come si raccordano i numeri con i framework normativi.
Il GHG Protocol Corporate Standard
Il GHG Protocol Corporate Standard è il documento metodologico pubblicato per la prima volta nel 2001 e rivisto nel 2004 dal World Resources Institute (WRI) insieme al World Business Council for Sustainable Development (WBCSD). È lo standard internazionale di riferimento per la contabilità delle emissioni di gas serra a livello aziendale.
Il VSME, nell'informativa B3, chiede di stimare le emissioni tenendo conto del GHG Protocol Corporate Standard versione 2004. La ISO 14064-1, lo standard per quantificare e rendicontare le emissioni di un'organizzazione, è compatibile con il GHG Protocol, anche se nella versione 2018 classifica le emissioni in sei categorie anziché in tre scope. Il CBAM fa eccezione: segue una metodologia propria, fissata dai regolamenti di esecuzione europei, e calcola le emissioni incorporate in singoli prodotti importati, non quelle di un'impresa.
I sette gas serra inclusi
Il GHG Protocol misura le emissioni dei sette gas serra previsti dal Protocollo di Kyoto e dalle sue integrazioni:
- anidride carbonica (CO₂);
- metano (CH₄);
- protossido di azoto (N₂O);
- idrofluorocarburi (HFC), tipici dei sistemi di refrigerazione;
- perfluorocarburi (PFC), emessi da alcuni processi industriali;
- esafluoruro di zolfo (SF₆), usato nelle apparecchiature elettriche;
- trifluoruro di azoto (NF₃), aggiunto al perimetro nel 2013.
Tutti i gas vengono convertiti in CO₂ equivalente (CO₂eq) con i Global Warming Potential (GWP) pubblicati dall'IPCC, così da rendere confrontabili gas con effetti climalteranti molto diversi. Secondo il Sesto Rapporto IPCC, un kg di metano di origine fossile scalda quanto circa 30 kg di CO₂ su un orizzonte di 100 anni. Il valore cambia leggermente tra un’edizione IPCC e l’altra: nel calcolo va dichiarata l’edizione usata, e va applicata la stessa a tutti i gas.
I tre scope in una frase
Le emissioni dell'azienda si dividono in:
- Scope 1: emissioni dirette da fonti che l'impresa possiede o controlla (caldaie, flotta, processi industriali);
- Scope 2: emissioni indirette dalla produzione dell'energia elettrica, del calore, del vapore o del freddo acquistati e consumati dall'impresa;
- Scope 3: tutte le altre emissioni indirette che avvengono nella catena del valore dell'impresa, a monte e a valle.
Nell'inventario di una singola impresa le tre categorie sono mutuamente esclusive (nessuna emissione viene contata due volte) e collettivamente esaustive (ogni emissione attribuibile all'impresa rientra in uno dei tre scope).
Scope 1: emissioni dirette
Lo Scope 1 comprende le emissioni di gas serra da fonti possedute o controllate dall'impresa. Il criterio di confine più usato è il controllo operativo: se l'impresa decide come e quando una fonte emette, quelle emissioni le sono attribuite.
Cosa rientra tipicamente nello Scope 1
- Combustione fissa: caldaie, generatori di vapore, forni industriali, gruppi elettrogeni. Il combustibile è quasi sempre gas naturale, in alcuni casi gasolio o GPL.
- Combustione mobile: flotta aziendale (auto, furgoni, mezzi pesanti, muletti diesel). Il dato chiave sono i litri di carburante consumati.
- Emissioni di processo: tipiche di settori specifici. Il cemento emette CO₂ dalla calcinazione del calcare; i fertilizzanti azotati emettono N₂O dai processi chimici; la produzione di alluminio emette PFC nel processo elettrolitico.
- Emissioni fuggitive: perdite di gas refrigeranti da impianti di climatizzazione e celle frigorifere. Sono spesso trascurate perché poco visibili, ma con molti impianti il contributo può essere rilevante: un kg di refrigerante R-410A scalda quanto circa 2.100 kg di CO₂, secondo i valori del Regolamento europeo sui gas fluorurati, che si basano sul Quarto Rapporto IPCC. Con i valori del Sesto Rapporto il dato è più alto.
Come si calcolano in pratica
Per la combustione fissa e mobile la formula è semplice:
Emissioni Scope 1 = consumo di combustibile x fattore di emissione
Fattori di emissione per i combustibili più comuni in Italia, dalla tabella dei parametri standard nazionali del Ministero. Per gasolio, benzina e GPL la tabella indica le tonnellate di CO₂ per tonnellata di combustibile: i valori per litro sono convertiti con densità medie. Vanno verificati ogni anno sull'edizione più recente:
- gas naturale: circa 2,02 kgCO₂ per Smc;
- gasolio (riscaldamento e autotrazione): 3,17 tCO₂ per tonnellata, circa 2,65 kgCO₂ per litro;
- benzina: 3,15 tCO₂ per tonnellata, circa 2,35 kgCO₂ per litro;
- GPL: 3,03 tCO₂ per tonnellata, circa 1,6 kgCO₂ per litro.
Usa una sola fonte per tutti i combustibili: mescolare fattori di fonti diverse (o di miscele diverse, con e senza biocomponente) rende il calcolo incoerente. I valori riguardano la sola CO₂: metano e protossido di azoto della combustione aggiungono di norma una quota marginale.
Esempio. Una piccola impresa manifatturiera ha una caldaia che consuma 50.000 Smc/anno di gas naturale: lo Scope 1 da combustione fissa è di circa 101 tCO₂ (50.000 × 2,02 / 1.000). Se ha anche 5 furgoni che percorrono in media 25.000 km l'anno consumando 8 litri di gasolio ogni 100 km, lo Scope 1 da combustione mobile è di circa 26,5 tCO₂ (5 × 25.000 × 0,08 × 2,65 / 1.000).
Dove trovare i dati
I consumi di Scope 1 stanno in documenti che l'azienda ha già: bollette del gas, scontrini di rifornimento (o meglio il report mensile della carta carburante), contratti di manutenzione degli impianti con le quantità di refrigerante ricaricato, dichiarazioni nella Banca dati F-gas. Per le emissioni di processo servono la documentazione tecnica dell'impianto e le quantità prodotte.
Scope 2: emissioni indirette da energia acquistata
Lo Scope 2 è il pezzo più semplice da calcolare e quello dove le aziende sbagliano più spesso, perché esistono due metodi che producono numeri diversi e gli standard li richiedono in modo non uniforme.
Comprende le emissioni associate alla produzione dell'energia elettrica, del calore, del vapore o del freddo che l'impresa acquista da terzi e consuma. L'azienda non emette direttamente, ma il suo consumo causa emissioni a monte, presso il produttore.
Location-based e market-based
Il GHG Protocol Scope 2 Guidance del 2015 ha introdotto due metodi paralleli.
Metodo location-based: usa il fattore di emissione medio della rete elettrica in cui l'energia è consumata. Per l'Italia, ISPRA pubblica ogni anno i fattori di emissione per la produzione e per il consumo di energia elettrica. Il fattore per i consumi elettrici è sceso da 523 g CO₂/kWh nel 1990 a circa 193 g nel 2024. Nel 2025 però è risalito a circa 200 g, secondo le stime preliminari, per il calo dell'idroelettrico: non cala per forza ogni anno. È il metodo che riflette la fisica della rete.
Metodo market-based: usa il fattore legato ai contratti di fornitura dell'impresa. Con un contratto di energia rinnovabile coperto da Garanzie d'Origine, il fattore market-based è zero o quasi. Con un contratto standard si usa il fattore specifico comunicato dal fornitore, se disponibile, altrimenti il residual mix nazionale, che è più alto del fattore location-based perché esclude l'energia rinnovabile già rivendicata da altri. Per il 2025 ISPRA lo stima in circa 391 g CO₂/kWh. Molte imprese usano invece il residual mix europeo pubblicato dall’AIB (Association of Issuing Bodies), che dà valori diversi da quelli ISPRA. In ogni caso va dichiarata la fonte usata.
Il GHG Protocol sta rivedendo le regole dello Scope 2, in particolare per il metodo market-based: la versione finale è attesa non prima del 2027. Fino ad allora valgono le regole del 2015.
Cosa chiedono gli standard
- VSME B3: chiede lo Scope 2 location-based; il market-based è facoltativo ma consigliato.
- ESRS E1 (CSRD): chiede entrambi i metodi, in parallelo.
- CDP Climate Change: chiede entrambi.
- Documento MEF per il dialogo tra PMI e banche: chiede le emissioni Scope 1 e Scope 2 e, per lo Scope 2, suggerisce un fattore nazionale, cioè il metodo location-based.
La buona pratica è calcolarli entrambi. Il location-based serve sempre; il market-based mostra il valore dei contratti rinnovabili nel dialogo con banche e clienti.
Esempio
Una PMI consuma 200.000 kWh di energia elettrica all'anno (fattori ISPRA 2025, stime preliminari: da aggiornare con l'edizione più recente):
- Scope 2 location-based: 200.000 × 0,201 / 1.000 = circa 40 tCO₂eq;
- Scope 2 market-based, contratto standard con residual mix: 200.000 × 0,391 / 1.000 = circa 78 tCO₂;
- Scope 2 market-based, contratto rinnovabile con Garanzie d'Origine: circa 0 tCO₂eq.
La differenza è ampia. Per una PMI che valuta un contratto di fornitura rinnovabile, questo conto è un argomento concreto di trattativa.
Scope 3: le quindici categorie della catena del valore
Lo Scope 3 è la categoria più ampia e complessa, e quella che le aziende italiane conoscono meno. Il GHG Protocol Corporate Value Chain (Scope 3) Standard, pubblicato nel 2011, la divide in 15 categorie: 8 a monte (upstream) e 7 a valle (downstream).
Le 15 categorie
A monte (categorie 1-8):
- beni e servizi acquistati;
- beni strumentali (macchinari, edifici);
- attività legate a combustibili ed energia non incluse negli Scope 1 e 2;
- trasporto e distribuzione a monte;
- rifiuti generati nelle attività;
- trasferte di lavoro;
- spostamenti casa-lavoro dei dipendenti;
- beni in leasing a monte.
A valle (categorie 9-15):
- trasporto e distribuzione a valle;
- lavorazione dei prodotti venduti;
- uso dei prodotti venduti;
- trattamento dei prodotti a fine vita;
- beni in leasing a valle;
- franchising;
- investimenti.
Quali categorie contano davvero
Per la maggior parte delle aziende (soprattutto PMI) italiane pesano poche categorie. Le più frequenti sono la 1 (acquisti), la 4 (trasporti a monte), la 6 e la 7 (trasferte e pendolarismo). Per chi vende prodotti che consumano energia durante l'uso, la 11 può diventare la più rilevante. Per un'impresa di servizi, spesso la 1 e la 7 coprono gran parte del totale.
Il principio è la rilevanza: si calcolano le categorie significative, mentre quelle marginali si dichiarano escluse con una motivazione. Tentare il calcolo completo di tutte le 15 categorie, quando alcune valgono frazioni di punto percentuale, è tempo sprecato.
Quando lo Scope 3 è richiesto
- VSME Modulo Base (B3): lo Scope 3 non è richiesto. Se l'impresa lo riporta, va presentato insieme ai dati Scope 1 e 2.
- VSME Modulo Completo (C3): se l'impresa ha fissato obiettivi di riduzione, li dichiara in valore assoluto per Scope 1 e 2; se ha fissato anche obiettivi Scope 3, li dichiara per le categorie significative. Il calcolo dello Scope 3 resta facoltativo.
- ESRS E1 (CSRD): le categorie significative sono obbligatorie. Gli ESRS sono stati semplificati e ridotti dopo l'Omnibus.
- CDP Climate Change: chiede tutte le 15 categorie, con l'indicazione della rilevanza.
Il limite alle richieste dei grandi clienti
La Direttiva (UE) 2026/470 (Omnibus I) ha ristretto la CSRD alle imprese con oltre 1.000 dipendenti e oltre 450 milioni di euro di fatturato netto. Ha anche introdotto il value chain cap: le imprese soggette alla CSRD non possono pretendere dai fornitori fino a 1.000 dipendenti informazioni che vanno oltre lo standard volontario europeo, adottato dalla Commissione il 3 luglio 2026 sulla base del VSME. Se chiedono di più, devono indicare quali informazioni eccedono il limite e che il fornitore ha diritto di rifiutarle. In pratica, il VSME diventa sia il formato con cui rispondere ai questionari dei clienti, sia il confine oltre il quale non sei obbligato ad andare. Avere un report VSME pronto, con Scope 1 e 2 solidi, è la mossa più efficiente. Per molte PMI fuori dalla CSRD, un calcolo Scope 3 completo oggi non è una priorità. Diventa utile quando l'impresa decide di fissare obiettivi di riduzione strutturati (per esempio Science Based Targets), quando la maggior parte delle sue emissioni sta nella filiera, o quando vuole usare il dato come leva commerciale verso clienti che lo valorizzano.
Dove trovare i fattori di emissione corretti
Avere i consumi è metà del lavoro; l'altra metà è applicare il fattore giusto. Le fonti più affidabili in ambito italiano e internazionale:
- ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) pubblica ogni anno i fattori di emissione per la produzione e il consumo di energia elettrica in Italia, a livello nazionale e regionale. È il riferimento per lo Scope 2 location-based italiano.
- MASE e ISPRA pubblicano ogni anno la tabella dei parametri standard nazionali per i combustibili, il riferimento più coerente per lo Scope 1 in Italia.
- DEFRA (Department for Environment, Food and Rural Affairs del Regno Unito) pubblica ogni anno un set molto ampio di fattori per carburanti, energia, trasporti e materiali, usato anche fuori dal Regno Unito quando manca il dato locale.
- Ecoinvent è il database di riferimento per analisi LCA dettagliate, utile soprattutto per lo Scope 3 categoria 1 (acquisti). È a pagamento.
- IEA (International Energy Agency) pubblica fattori per la produzione elettrica dei principali Paesi, utili per fornitori o sedi all'estero.
I fattori vanno aggiornati ogni anno. La regola corretta è usare il fattore più recente disponibile al momento della rendicontazione e dichiarare fonte ed edizione.
I cinque errori più comuni nel calcolo
Il primo calcolo delle emissioni contiene quasi sempre almeno uno di questi errori. Riconoscerli prima è il modo più semplice per evitarli.
1. Confondere location-based e market-based
Il caso tipico: l'impresa calcola lo Scope 2 con il fattore medio ISPRA e lo riporta come "market-based" perché ha un contratto rinnovabile. Il numero può essere giusto, ma è il metodo dichiarato a essere sbagliato. In un questionario ESG o in una verifica questa confusione può emergere, e indebolisce la credibilità dell’intero dato..
2. Stimare lo Scope 3 senza criterio
Sotto pressione del cliente, l'impresa scrive un numero arbitrario per non lasciare la cella vuota. Una stima Scope 3 inventata può discostarsi di diverse volte dal valore reale. Meglio dichiarare "non ancora calcolato, in costruzione" con una tempistica che inventare un dato.
3. Contare due volte tra Scope 1 e Scope 2
Casi tipici: una caldaia elettrica i cui consumi vengono contati sia come elettricità (Scope 2) sia come combustione (Scope 1, dove però non c'è combustione); un cogeneratore di proprietà il cui gas viene contato nello Scope 1 e la cui elettricità autoprodotta viene contata di nuovo nello Scope 2. Il confine è netto: Scope 1 è combustione in impianti che l'impresa controlla, Scope 2 è energia acquistata da terzi.
4. Ignorare le perdite di gas refrigeranti
Si parla di pochi kg di gas e vengono considerate irrilevanti. Ma molti HFC diffusi, come R-134a, R-410A e R-404A, hanno GWP compresi tra circa 1.400 e 4.000 secondo i valori del Regolamento F-gas. In aziende con celle frigorifere o impianti di climatizzazione importanti, le perdite fuggitive possono pesare in modo significativo sullo Scope 1. I dati sulle ricariche sono già nei registri degli impianti e nella Banca dati F-gas.
5. Non documentare le fonti
Ogni numero dovrebbe avere il suo documento di origine: bolletta del gas, report della carta carburante, fattura del manutentore con i kg di refrigerante ricaricato, fattore di emissione con fonte ed edizione. Senza documentazione il calcolo non è verificabile e, se il cliente o la banca chiedono chiarimenti, diventa difficile difenderlo.
Domande frequenti
Devo calcolare lo Scope 3 anche se sono una piccola PMI?
Quasi mai per obbligo. Il VSME Modulo Base, lo standard di riferimento per le imprese fuori dalla CSRD, non lo richiede. Con il value chain cap, dagli esercizi che iniziano dal 2027, se hai fino a 1.000 dipendenti puoi rifiutare le richieste che i clienti ti fanno per la loro rendicontazione CSRD quando vanno oltre lo standard volontario. Lo Scope 3 diventa utile se decidi di fissare obiettivi di riduzione strutturati, se la maggior parte delle tue emissioni sta nella filiera o nell'uso dei tuoi prodotti, o se vuoi usarlo come leva commerciale.
Qual è la differenza tra location-based e market-based?
Il location-based usa il fattore medio della rete elettrica in cui consumi. Il market-based usa il fattore legato ai tuoi contratti di fornitura. Con un contratto rinnovabile coperto da Garanzie d'Origine, il market-based è vicino a zero, mentre il location-based resta il fattore medio italiano. Il VSME chiede il location-based, gli ESRS entrambi.
Posso usare un fattore di emissione di qualche anno fa?
Usa sempre il fattore più recente disponibile quando fai il calcolo e indica fonte ed edizione. ISPRA pubblica in primavera le stime per l'anno appena chiuso, poi le consolida. Un fattore superato può falsare il dato in entrambe le direzioni: nel lungo periodo il mix elettrico migliora, ma ci sono anni in cui le emissioni del settore elettrico risalgono.
Il calcolo si basa sul fatturato o sui consumi?
Sui consumi fisici: kWh di elettricità, Smc di gas, litri di carburante, kg di refrigerante ricaricato. Il fatturato serve invece per calcolare la carbon intensity (emissioni per euro di fatturato), un indicatore di efficienza utile per confrontare imprese di dimensioni diverse, che non sostituisce il dato assoluto.
Cos'è la carbon intensity?
È il rapporto tra le emissioni totali e un denominatore: di solito il fatturato, oppure la quantità prodotta o i metri quadri occupati. Serve a confrontare imprese di dimensioni diverse e a seguire nel tempo il miglioramento dell'efficienza: le emissioni assolute possono crescere mentre l'intensità scende. Banche e investitori la usano molto, ma i principali standard chiedono anche il dato assoluto.
Posso compensare le emissioni con i crediti di carbonio?
Non nel totale. Il GHG Protocol e quasi tutti gli standard chiedono di rendicontare le emissioni lorde, separate da eventuali compensazioni. Il VSME specifica che le rimozioni e i programmi di compensazione esterni alla catena del valore non vanno contati nel calcolo delle emissioni né negli obiettivi di riduzione lordi.
Cosa scrivo se non ho ancora calcolato lo Scope 3?
"Scope 3 non ancora calcolato, in costruzione", con le categorie che ritieni significative e una tempistica realistica. È meglio di un numero inventato o di una cella vuota. Una sequenza ragionevole: anno 1 Scope 1 e 2; anno 2 Scope 3 categorie 1, 6 e 7, le più semplici da reperire; anno 3 Scope 3 esteso alle altre categorie significative.
Conclusione: il carbon accounting come investimento
Il primo calcolo delle emissioni ha un costo di apprendimento, il secondo, se il primo è stato fatto bene, costa molto meno. Dal terzo anno la raccolta dati è rodata e il calcolo richiede poche ore. L'errore strategico più comune è trattare il calcolo come un compito una tantum, fatto sotto pressione per una richiesta specifica e poi archiviato. La pratica più efficace è l'opposto: usare il primo calcolo per costruire un sistema interno, in cui ogni voce ha un consumo, un documento di origine e un fattore di emissione con fonte, e aggiornarlo ogni anno insieme al bilancio. A quel punto rispondere a un questionario ESG, partecipare a un bando con criteri ambientali o spiegare alla banca un miglioramento del profilo ESG diventa rapido e prevedibile.
I dati di Scope 1, 2 e 3 non sono solo un adempimento: sono una fotografia operativa dell'azienda da un'angolazione che molte aziende non hanno mai considerato. Capire da dove arrivano davvero le emissioni, in che proporzione e perché, è quasi sempre il primo passo verso interventi che riducono i costi prima ancora delle emissioni: caldaie più efficienti, contratti rinnovabili convenienti, flotte ottimizzate, meno perdite di refrigerante.
Questo articolo ha finalità informative e non costituisce consulenza tecnica o ambientale. I fattori di emissione riportati sono indicativi e vanno verificati sulle fonti ufficiali aggiornate al periodo di rendicontazione. Per il calcolo formale delle proprie emissioni, le imprese dovrebbero affidarsi a un professionista qualificato.
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